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Il Risveglio dei Sensi
Gigibum
04.04.2026 |
1.634 |
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"Per venti minuti non fummo altro che attrito e piacere, finché non venni copiosamente, crollando al suo fianco esausto ma con una felicità interiore mai provata prima..."
Avevo diciannove anni e il cuore ancora ammaccato da una rottura fresca. In quel limbo di confusione che segue la fine di un amore, mi ritrovai a scorrere annunci, cercando non sapevo bene cosa, finché i miei occhi non si fermarono su di lei. Si trovava a mezz’ora da casa mia, ma in quel momento sembrava un altro mondo.Presi il telefono, il cuore che già accennava un ritmo diverso. Quando rispose, la sua voce mi avvolse: era sensuale, calma, accogliente. Fissammo per il pomeriggio stesso. Passai le ore successive in apnea, con il battito che martellava nelle orecchie. Mi feci una doccia, cercando di lavare via l’incertezza, ma la curiosità era più forte del timore. Non sapevo cosa aspettarmi, né come avrei reagito.
Arrivato sotto casa sua, il citofono gracchiò: "Terzo piano". Davanti all'ascensore, esitai. Il cuore viaggiava a tremila e mille pensieri si rincorrevano nella mia testa. Decisi di prendere le scale, un gradino alla volta, come per darmi il tempo di respirare o forse di scappare. Ma quando arrivai in cima, la porta era socchiusa.
Lei era lì, dietro il legno, che mi aspettava. Vanessa capì tutto al primo sguardo: vide il mio imbarazzo, la mia agitazione. Mi accolse con un bacio sensuale che mi tolse il fiato e mi fece accomodare. Mi offrì da bere, accendemmo una sigaretta e iniziammo a parlare. Mi chiese perché fossi lì, se fossi sicuro. Risposi con una sincerità disarmante, e lei, con una delicatezza rara, riuscì a demolire le mie difese. Dopo mezz’ora di quel "benvenuto" fatto di parole e sguardi, mi prese per mano e mi accompagnò in camera.
Spogliarsi fu la parte più magnetica. Io studiavo il suo corpo come se fosse una mappa di un territorio inesplorato, e lei faceva lo stesso con me, con una sensualità che mi bruciava la pelle. Le mani si sfioravano, i respiri diventavano pesanti. Quando ci stringemmo sul letto, le mie dita incontrarono la sua particolarità: il suo pene, non eccessivamente grande, ancora timido. Mi offrì di rimettere le mutandine se mi sentivo a disagio, ma la mia risposta fu immediata: "No. Il tuo corpo è perfetto così".
Iniziammo un gioco di piaceri incrociati. Un 69 che mi permise di studiarla mentre lei si prendeva cura di me. Sentivo il suo corpo vibrare tra le mie mani, la vedevo crescere mentre la baciavo e la leccavo. Quando l’eccitazione divenne insostenibile, lei passò al lubrificante, si mise a pecora e mi guidò dentro di lei.
Fu un’esperienza unica. Mi sentivo un "toro da monta", potente e al tempo stesso perso in quella danza di carne. Per venti minuti non fummo altro che attrito e piacere, finché non venni copiosamente, crollando al suo fianco esausto ma con una felicità interiore mai provata prima.
Mentre riprendevo fiato, lei mi pulì con una tenerezza infinita e appoggiò la testa sulla mia spalla. Sentivo le sue dita che accarezzavano il mio corpo, dai pettorali al ventre, fermandosi su di me come se fossi un’opera d’arte. Fu allora che mi resi conto che lei non era venuta. Glielo chiesi, temendo di non essere stato all’altezza.
"Io vengo solo con la penetrazione," mi rispose con dolcezza, "ma capisco che per te oggi siano già troppe emozioni".
Quella sua premura mi colpì dritto al centro. La guardai e le dissi: "Per come mi hai fatto sentire, oggi appartengo a te. Puoi farmi quello che vuoi".
I suoi occhi si fecero lucidi. Mi diede un bacio di quelli che rimangono incisi nella memoria. Mi mise un cuscino sotto la schiena e, con estrema pazienza, iniziò a esplorare il mio "culetto vergine". Usò il gel, giocò con un dito, poi due, poi tre, guardandomi sempre negli occhi per cercare il mio consenso. Io non dissi nulla: sorrisi e basta.
Quando entrò, fu una rivelazione. Era un cazzo di tutto rispetto, circa 18 centimetri, ma la sua delicatezza fu fenomenale. Si abbassò su di me, ventre contro ventre, riempiendomi di baci e succhiandomi il lobo dell'orecchio mentre mi riempiva.
Dopo pochi minuti, successe qualcosa che non avevo previsto: nonostante non mi stesse toccando lì davanti, mi ritrovai il ventre sporco di sperma. Le chiesi scusa, confuso, ma lei sorrise: "Non preoccuparti, è la prostata, è normale". Continuò a cavalcarmi, portandomi in un vortice di piacere puro finché, con un urlo, sentii il suo calore riempire il profilattico dentro di me.
Rimanemmo abbracciati per qualche minuto, nel silenzio della stanza che ora sembrava un rifugio. Poi, una doccia insieme, ancora fatta di tocchi e scoperte. Ci rivestimmo, ci godemmo un’ultima sigaretta e un caffè, guardandoci con la consapevolezza di chi ha condiviso qualcosa di profondo.
Ci salutammo con una promessa: non sarebbe stata l’ultima volta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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